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Mappare clienti e canali

Mappare prodotti

05/06/2026/in Sviluppo business/da Pietro Landri

Mappare Prodotti

clienti e canali prima di cambiare modello e procedere alla crescita inarrestabile in 5 mosse

 

Dove guadagni davvero? Mappare prodotti, clienti e canali prima di cambiare modello

“What gets measured gets managed.”
— Peter Drucker

 

  1. Introduzione – Quando il fatturato cresce, ma il conto corrente no

“Abbiamo fatto +12% di fatturato rispetto all’anno scorso… ma in banca non si vede. Anzi, a volte sembra persino peggio.”

 

Lavoro da 35 anni in Multinazionali e PMI manifatturiere, e questa scena ti sarà certamente familiare quanto lo è per me:

  • vendite in aumento,
  • impianti pieni,
  • il commerciale che porta “nuove opportunità interessanti”,

…eppure:

  • la cassa è sempre tirata,
  • il margine complessivo non migliora,
  • la percezione in azienda è di correre di più senza guadagnare davvero di più.

Allora approfondiamo ed entriamo nei numeri. Ed ecco che emerge un fatto semplice ma imbarazzante: l’azienda sa quanto fattura, e quanto guadagna ma non sa davvero DOVE guadagna e DOVE no. L’azienda non ha una mappa aggiornata e precisa.

  • Non sa quali prodotti reggono l’azienda e quali la appesantiscono.
  • Non sa quali clienti sono davvero “A” e quali sono, in modo elegante, dei buchi neri di tempo e margine.
  • Non sa se certi canali (agenti, distributori, OEM) sono una scelta strategica o solo una consuetudine.

 

In questo articolo vediamo come costruire una mappa di redditività semplice ma robusta, e come usarla come base per ogni discussione strategica e di modello di business:

  • prima di cambiare listino,
  • prima di entrare in un nuovo paese,
  • prima di lanciare una nuova linea o “fare un salto” sui servizi.

 

  1. Fatturato ≠ valore: perché serve una mappa diversa

Da sempre, e non solo nelle PMI, il principale faro è stato il fatturato:

  • “quest’anno +10%”,
  • “questo cliente pesa il 20% del giro d’affari”,
  • “questa linea fa 5 milioni”.

Peccato che il fatturato sia un indicatore muto: non ti dice niente sulla qualità del valore generato.

La letteratura su profitability analysis, cost-to-serve e gestione del portafoglio clienti è chiara: molte aziende hanno clienti e prodotti che generano fatturato ma distruggono margine una volta considerati sconti, complessità, rilavorazioni, condizioni di pagamento, costi di servizio. E non è giusto crocifiggere solo la forza vendite anche se porta la nomea (spesso giustificata) di lottare solo per i volumi. I venditori hanno un manager e il manager dei direttori e i direttori un CEO. Fate voi….

 

Alcuni studi mostrano curve tipiche:

  • il 20% dei clienti genera più del 100% del profitto (perché altri lo erodono);
  • una parte del portafoglio è borderline: copre appena i costi;
  • una quota non banale brucia valore, anche se “fa volume”.

Senza una mappa di redditività:

  • rischi di proteggere clienti sbagliati “perché sono storici”,
  • di difendere prodotti complicati “perché ci tengono impegnati l’impianto”,
  • di sottovalutare canali che margino bene ma “fatturano poco”.

E soprattutto rischi di fare scelte grosse (nuovi investimenti, nuove linee, nuovi mercati) con una foto distorta in mano.

Concorderai con me che le scelte di investimento non li fanno i venditori, ecco perché non è giusto incolpare solo loro per situazioni di scarsa redditività a fronte di fatturati alti. Le mappe toccano a loro, ma la scelta di mappare deve venire dall’alto!

 

  1. Cosa intendo per “mappare la redditività in modo semplice ma robusto”

Non sto parlando di Activity-Based Costing avanzato o di sistemi ERP iper complessi.

Voglio essere più pragmatico: basta una vista incrociata di fatturato + margine per linee di prodotto, clienti e canali/aree.

Mappare ti permette di rispondere, con dati alle seguenti domande

  • Chi sono i 20–30 clienti che tengono in piedi l’azienda?
  • Quali famiglie prodotto “tirano su il margine” e quali lo affossano?
  • Quali canali/aree geografiche hanno rapporto sforzo/risultato più sano?

 

I testi sul customer profitability analysis e sulla gestione strategica del portafoglio clienti suggeriscono approcci molto simili: partire da dati di vendita, aggiungere informazioni base sui costi e costruire una tassonomia chiara di clienti/prodotti/canali, anche con metodologie semplificate rispetto all’ABC puro. Questo è – in ultima analisi – il beneficio dell’atto di mappare!

 

Occhio, l’obiettivo non è la precisione al centesimo. Ti sto solo dicendo che devi capire gli ordini di grandezza, ossia mappare:

  • chi ti porta margine,
  • chi è borderline,
  • chi ti costa più di quello che ti dà.

Con questo, hai terminato l’azione di mappare e puoi iniziare a fare scelte.

 

  1. Come costruire la tua prima mappa: 5 passi pratici

Ti propongo un percorso da PMI, non da multinazionale. Il tutto è costruibile in poche settimane, con l’aiuto di amministrazione/controllo e commerciale.

 

Passo 1 – Pulire i dati di base

Parti di solito da:

  • estratto vendite anno N (meglio 2–3 anni, se possibile),
  • con almeno queste colonne:
    • cliente,
    • codice/famiglia prodotto,
    • quantità,
    • fatturato netto,
    • sconti applicati (se separati),
    • canale (agente, diretto, distributore, OEM, e-commerce, ecc.),
    • area geografica.

 

Spesso il lavoro più faticoso è pulire e uniformare questi dati: codici scritti male, clienti duplicati, famiglie prodotto non aggiornate.

È normale: molte PMI non hanno ancora una cultura di data quality, ed è una delle prime battaglie da combattere.

 

Passo 2 – Attribuire un margine “base” per prodotto/famiglia

Il secondo passo è aggiungere una stima di margine lordo per famiglia prodotto (o, quando ha senso, per singolo prodotto chiave).

Qui tipicamente:

  • parti dai listini standard e dai costi industriali medi;
  • lavori con produzione/controllo di gestione per definire un margine % plausibile per famiglia prodotto (es. “vernici linea A 32%”, “accessori 18%”, “ricambi speciali 40%”, ecc.).

Non serve fare l’Activity-Based Costing completo. Ti sto solo dicendo che serve un margine ragionevole per capire chi contribuisce meglio.

I testi su cost accounting per PMI dicono chiaramente che approcci 80/20 ben fatti sono spesso più utili di schemi perfetti ma ingestibili.

 

Passo 3 – Calcolare il margine per cliente, canale, area

Con fatturato e margine % per famiglia prodotto, puoi:

  • stimare il margine per cliente (sommando famiglie prodotto e relativi margini);
  • aggregare per canale (es. agenti vs distributori vs diretto) e per area geografica.

Qui cominci già a vedere cose interessanti:

  • clienti che fatturano tanto ma margino poco;
  • canali che sembrano “costosi” ma che, al netto dello sconto, sono più efficienti di altri;
  • aree dove, per scelta di mix, il margine è molto diverso.

 

Passo 4 – Introdurre, dove possibile, una stima di cost-to-serve

Il vero salto di qualità arriva quando inizi a considerare, anche in modo grezzo, il costo di servire i diversi clienti e canali:

  • frequenza d’ordine (micro-ordini vs ordini consolidati);
  • richieste di urgenza;
  • resi, rilavorazioni, personalizzazioni;
  • tempo commerciale dedicato;
  • costo di trasporto extra.

 

La letteratura sul cost-to-serve in B2B mostra come questi fattori possano cambiare drasticamente la redditività reale dei clienti.

Non devi misurare tutto al centesimo. Puoi usare indicatori proxy:

  • codice “alta/ media/ bassa complessità” per cliente,
  • flag per “gestione in deroga” (extra sconti, condizioni speciali),
  • numero medio di ordini per X € di fatturato.

 

L’importante è distinguere almeno tre livelli:

  • clienti “facili” (serviti con processi standard, poche eccezioni);
  • clienti “mediamente complessi”;
  • clienti “molto esigenti” (che assorbono tanto tempo e risorse).

 

Passo 5 – Visualizzare la mappa e usarla nelle decisioni

A questo punto puoi costruire alcune viste chiave:

  • Top 30 clienti per margine contribuito (non solo per fatturato);
  • matrice margine vs complessità (clienti su quattro quadranti: alta/bassa redditività, alta/bassa complessità);
  • analisi per canale e area (fatturato + margine + cost-to-serve).

Gli articoli su customer portfolio management suggeriscono proprio l’uso di matrici di questo tipo per guidare scelte su sviluppo, difesa, manutenzione o disinvestimento dei clienti.

 

La chiave, però, è usare queste viste:

  • in CdA, quando si parla di investimenti e rischi;
  • in direzione commerciale, quando si definiscono priorità e obiettivi;
  • in riunioni periodiche, per verificare se stiamo spostando il portafoglio verso clienti e mix più sani.

 

  1. Il ruolo del Fractional Manager: regista della prima mappa (e parafulmine)

Qui spesso arriva l’obiezione: “Tutto bello, ma chi ha tempo e competenze per fare questo lavoro senza fermare l’azienda?”

 

Un Fractional Manager (tipicamente con background commerciale/strategico o di controllo) può essere molto utile proprio in questa fase:

  • progetta insieme ad amministrazione e vendite la struttura della mappa;
  • facilita la raccolta e pulizia dati;
  • aiuta a definire criteri di margine e cost-to-serve realistici;
  • guida le prime riunioni in cui i dati vengono letti e discussi.

 

Molte ricerche su fractional leadership e su supporto esterno alle PMI sottolineano questo ruolo di catalizzatore: portare metodo, evitare scontri personali, spostare il dialogo dal “secondo me” al “secondo i numeri che stiamo vedendo”.

Spesso serve anche un po’ di “parafulmine”: qualcuno che aiuti a dire, con rispetto ma con fermezza:

  • “Questo cliente non è più sostenibile a queste condizioni.”
  • “Questa linea va ripensata o ri-prezzata.”
  • “Questo canale è troppo costoso per il valore che genera.”

 

  1. Due casi concreti (compositi)

Anche qui, parliamo di casi compositi, costruiti mettendo insieme pattern ricorrenti descritti in studi su marginalità, cost-to-serve e gestione del portafoglio clienti in B2B. Non sono riconducibili ad aziende specifiche.

 

📌 Caso 1 – Componenti plastici: il cliente “numero uno” che in realtà… toglie ossigeno

Contesto
PMI del Nord, componenti plastici per il food & beverage.
Un cliente “storico” rappresenta il 22% del fatturato.

Per anni è stato considerato:

  • intoccabile (“ci tiene in piedi lo stabilimento”),
  • il principale punto di forza in banca e verso i fornitori.

Problema

Quando si avvia una mappa di redditività:

  • emerge che il margine lordo medio su quel cliente è 8 punti sotto la media;
  • l’incidenza di urgenze e micro-ordini è molto più alta;
  • il team commerciale dedica a quel cliente oltre il 40% del tempo;
  • le condizioni di pagamento sono peggiori rispetto ad altri.

Se si considera anche il cost-to-serve, il cliente che fattura di più risulta tra i meno profittevoli.

Intervento (12 mesi)

  • definizione di una chiara fotografia economica: margine, complessità, impatti operativi;
  • preparazione congiunta imprenditore–Fractional CCO per una rinegoziazione strutturale:
    • revisione listino,
    • introduzione soglie minime d’ordine,
    • regole sulle urgenze;
  • in parallelo, piano di sviluppo su 10 clienti A “medi” con margini più alti.

Risultato

  • margine medio sul cliente storico +6 punti in 9 mesi;
  • riduzione del numero di ordini/anno del 25%, con stessi volumi;
  • aumento del peso relativo di altri clienti A (meno concentrazione, più equilibrio).

Il cliente “numero uno” resta importante, ma non è più un totem intoccabile.

 

📌 Caso 2 – Vernici industriali: piccoli ordini, grande confusione

Contesto
Azienda di vernici industriali per metallo, 15 M€ di fatturato.
La rete commerciale ha l’abitudine di dire sempre “sì” a qualsiasi richiesta: piccoli lotti, colori speciali, urgenze.

Problema

La mappa di redditività rivela:

  • decine di clienti con fatturato tra 20 e 80k €/anno,
  • margine lordo teorico nella norma,
  • cost-to-serve altissimo (campionature, formulazioni ad hoc, rilavorazioni);
  • utilizzo impianti spesso condizionato da micro-lotti urgenti che spezzano la programmazione.

Intervento (18 mesi)

  • classificazione clienti per margine e complessità;
  • definizione di pacchetti standard per certe tipologie (colori, quantità, tempi);
  • per clienti C ad alta complessità:
    • proposta di contratti quadro con condizioni più equilibrate,
    • o accompagnamento all’uscita, con eleganza ma determinazione.
  • introduzione di un listino servizi (urgenze, campionature complesse, supporto tecnico extra) per rendere visibile il valore erogato.

Risultato

  • fatturato totale stabile,
  • margine complessivo +18% in 12 mesi;
  • pianificazione impianti più fluida, meno cambi formato;
  • team commerciale più consapevole di dove vale la pena “combattere”.

 

  1. Conclusione – Prima di cambiare modello, guarda la mappa

Ogni volta che una PMI mi dice:

  • “Stiamo pensando al pay-per-use”,
  • “Vogliamo passare al servizio”,
  • “Vorremmo spingere di più sull’estero”,

la prima domanda che faccio è sempre: “Oggi sai dove stai guadagnando davvero? Per prodotti, clienti, canali, aree?”

 

Se la risposta è “più o meno” o “ce l’ho in testa”, so che il primo progetto non sarà un nuovo modello di business, ma una mappa di redditività.

Perché:

  • senza quella mappa, rischi di spingere nel punto sbagliato;
  • non sai quali pezzi di business vale la pena portare nel nuovo modello;
  • non puoi misurare se il cambiamento che fai crea davvero più valore.

 

Ti lascio tre domande operative:

  1. Se domani un cliente ti chiede uno sconto importante, sai dirgli sì/no guardando a margine e cost-to-serve, o vai a intuito?
  2. Se dovessi selezionare i 20 clienti “da proteggere ad ogni costo”, li sceglieresti per fatturato o per margine?
  3. Hai una vista, anche semplice, su quali famiglie prodotto o canali ti stanno tirando giù il risultato complessivo?

 

Se almeno una di queste domande ti mette un po’ a disagio, forse il primo passo non è cambiare modello, ma vedere con più chiarezza quello che hai già.

 

✉️ Se vuoi confrontarti su come costruire la prima mappa di redditività per la tua PMI:
👉 puoi prenotare una call da qui: https://pietrolandri.it

 

📚 Riferimenti essenziali

  • Kaplan, R.S., Cooper, R. – Cost & Effect: Using Integrated Cost Systems to Drive Profitability and Performance (Activity-Based Costing e profitability analysis). https://www.amazon.it/Cost-Effect-Integrated-Profitability-Performance/dp/0875847889
  • Kaplan, R.S., Narayanan, V.G. – lavori su customer profitability analysis e cost-to-serve in HBR. https://www.hbs.edu/faculty/Pages/item.aspx?num=11052
  • Gupta, S., Lehmann, D.R. – Managing Customers as Investments, su customer lifetime value e redditività clienti. https://www.ibs.it/cliente-come-investimento-valore-strategico-libro-sunil-gupta-donald-r-lehmann/e/9788871922942
  • Varie guide operative e white paper su KPI e portafoglio clienti in B2B industriale: Kearney, Bain, McKinsey, BCG (customer portfolio management, value-based segmentation).

 

Nota sui case history
I casi sono compositi, basati su pattern ricorrenti nelle PMI manifatturiere B2B come descritto in letteratura e in esperienze di campo, ma non riconducibili ad aziende specifiche.

Tags: canali, clienti, mappare, modello, prodotti
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3 commenti
  1. Giovanni Argiuolo
    Giovanni Argiuolo dice:
    09/06/2026 in 11:07 AM

    Pietro, veramente interessante il grado di dettaglio dell’analisi al quale sei arrivato, e anche il grado di approfondimento dell’approccio.
    Mi viene subito in mente lo slogan “𝑷𝒖𝒐𝒊 𝒈𝒆𝒔𝒕𝒊𝒓𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒄𝒊𝒐̀ 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒖𝒐𝒊 𝒎𝒊𝒔𝒖𝒓𝒂𝒓𝒆”. In questo caso hai toccato un argomento tanto importante per il tessuto imprenditoriale italiano, soprattutto per le PMI, nelle quali paradossalmente è più facile perdere di vista i processi e i numeri perché presi dalla gestione di relazione con i clienti e una ricerca di crescita palpabile nei corridoi aziendali.

    Hai toccato inoltre il parametro del fatturato come indice di crescita che fino a pochi anni fa è stato veramente intoccabile, fortunatamente l’ideologia sta cambiando. Credo che stiano nascendo sempre più manager illuminati e al passo con i tempi che lavorano silenziosamente in direzioni nuove.

    𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐨𝐭𝐭𝐢𝐦𝐢𝐬𝐭𝐚!

    Rispondi
    • Pietro Landri
      Pietro Landri dice:
      09/06/2026 in 12:07 PM

      Grazie Giovanni resto ottimista anche io e sono fautore della “battle of inches”. Anche nelle analisi strategiche bisogna procedere a piccoli passi per non spaventare gli imprenditori. Si cambia poco alla volta!

      Rispondi
  2. Giovanni Argiuolo
    Giovanni Argiuolo dice:
    09/06/2026 in 11:19 AM

    Pietro veramente interessante il grado di dettaglio dell’argomento e anche dell’approfondimento dell’approccio.
    Mi viene in mente lo slogan “𝑷𝒖𝒐𝒊 𝒈𝒆𝒔𝒕𝒊𝒓𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒄𝒊𝒐̀ 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒖𝒐𝒊 𝒎𝒊𝒔𝒖𝒓𝒂𝒓𝒆”. Hai toccato un argomento importante per le imprese italiane, sopratutto per le PMI, dove paradossalmente è più facile perdere di vista processi e numeri perché presi dalla gestione dei clienti e della crescita economica, palpabile nei corridoi aziendali.

    Hai anche preso come riferimento il parametro del fatturato che fino a qualche anno fa era veramente intoccabile, ma che fortunatamente viene sempre più scardinato.

    Credo, dall’altra parte, che ci siano sempre più manager illuminati che silenziosamente stiano ragionando in modi nuovi. 𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐨𝐭𝐭𝐢𝐦𝐢𝐬𝐭𝐚!

    Rispondi

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